Winelovers divini

La mitologia greca narra che la dimora degli Dei sorgeva sulla cima più alta dell’Olimpo e che mai nessun occhio umano avesse scorto le torri d’avorio e le aree logge del palazzo, poiché avvolte da un mantello di nubi. Nel palazzo, luminoso come diamante, la sala dei banchetti accoglieva gli Immortali i quali seduti attorno a Zeus mangiavano in piatti d’oro la misteriosa ambrosia che dona la vita eterna. Alla destra di Zeus sedeva Era, sua legittima moglie, alla sua sinistra stava lo stuolo gentile e leggiadro delle altre dee; mentre la giovane  Ebe, figlia di Zeus e Era, versava da un’anfora d’oro un delicato nettare nelle coppe splendenti degli ospiti divini. Come ben sappiamo Ebe non era figlia unica, Zeus ebbe molti figli dalla moglie ma anche da altre dee e da donne mortali delle quali si invaghiva con grande facilità. Alla nascita dei suoi figli maschi Zeus teneva grandi festeggiamenti che per quanto belli, sfarzosi e ricchi di fiumi di nettare e di idromèle non riuscivano a creare uno stato di piena ebbrezza. Anche a Zeus e alla sua divina corte mancava qualcosa!

Un giorno Zeus, durante una battuta di caccia d’amore, incontrò Semele; splendida fanciulla, figlia di Cadmo, re di Tebe, di cui si innamorò perdutamente e che mise incinta.

Per Semele, innamorata del bellissimo giovane, iniziò la dolce attesa del bimbo semidio ma anche l’atroce vendetta di Era. La gelosa moglie di Zeus, con un diabolico piano, fece in modo che il marito andasse a trovare l’amante sul suo carro di fuoco circondato da lampi e fulmini; il carro era talmente rilucente che la povera donna mortale non riuscì a sopportare la visione e rimase folgorata. Quando Zeus si accorse della triste fine di Samele tolse delicatamente dal grembo materno il feto vitale e se lo cucì in una coscia. Giunto il suo tempo lo rimise alla luce bello e vispo, lo chiamò Diòniso e lo affidò a Mercurio e alle cure delle Ninfe che abitavano in una grotta tutta ricoperta di piante di vite vergine. Esse, con le sorelle Ore e i loro compagni Satiri dal piede caprino, allevarono nel divertimento il piccolo Diòniso sempre più grassottello e ridanciano. Figlio prediletto da Zeus, al fanciullo non veniva negato nulla: correre per i boschi, rubare il miele, ammaestrare persino due trovatelli cuccioli di tigre che non lo abbandonarono più.

Finalmente, in un giorno di grande calura, avvenne il miracolo: Diòniso sdraiato nel fresco della grotta, colse due o tre grappoli che pendevano dai tralci della vite e si divertì a schiacciarli, facendone colare il succo dentro una coppa d’oro.

Il profumo era invitante, l’afa e la sete lo tormentavano ed egli bevve tutto d’un fiato quello sconosciuto liquido vermiglio e spumoso.

Quale meraviglia… quale vigore, quale nuovo e vigoroso flusso di vita...quale grande dono aveva fatto la Madre Terra al ridente figlio di una mortale e di Zeus.

Aveva donato il vino!

Le Ninfe, i Satiri, le Ore e tutti i compagni di Diòniso vollero assaggiare la purpurea bevanda e vennero per la prima volta pervasi da una inebriante e fantastica ebbrezza divina.

Superiore anche al più dolce dei nettari e al migliore degli idromèle, il vino era piacevole ed euforizzante.

Le valli e le foreste, quel giorno, divennero il palcoscenico dove i primi winelovers della storia cantarono di gioia e danzarono, tenendosi per mano, girando in cerchio fin quando, esausti ma felici, al calar della sera trovarono un sereno sonno ristoratore al riparo dei pini e delle querce.


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